Counseling Relazionale

Counseling Relazionale


Le persone vivono in relazione. I loro problemi sorgono in parte dai rapporti nei quali vivono la dimensione presente e dalle parole e dalle azioni che le uniscono e le dividono dagli altri.
I clienti che siano singoli o componenti di un gruppo, si presentano all’incontro con il counselor risentendo dell’interazione con i componenti sia della loro famiglia attuale sia di quella d’origine. Ai counselor della coppia e della famiglia viene chiesto di essere dalla parte di più di una persona nello stesso tempo; ad esempio, al counselor può essere chiesto di sostenere un adolescente che si sente oppresso dalla richieste del padre e allo stesso tempo di comprendere il padre che non vuole essere snobbato dal figlio per quella che ritiene una richiesta minima.
Nel counseling di coppia e di famiglia il counselor impara a domandarsi: “cosa è successo a ognuna di queste persone?”.
La parzialità multidirezionale costituisce un modo di essere che trova particolare linfa nell’approccio centrato sulla persona.
Al momento attuale non c’è alcun counseling famigliare centrato sulla persona che si configuri come un insieme di tecniche specifiche. Un counselor deve far si che la sua formazione si adegui specificatamente a ogni famiglia che si incontra. Molti counselor, conoscendo gli avvenimenti spesso drammatici che hanno luogo degli incontri individuali, potrebbero domandarsi come sia possibile avere la stessa attenzione e apertura in un incontro con una intera famiglia o coppia ed è in questo dubbio che prendono vita i timori che un counselor ha e affronta quando passa da incontri individuali a incontri di coppia o familiari. Questi timori possono essere:

• Timore che gli obiettivi del counseling familiare siano incompatibili con i principi dell’approccio centrato sulla persona:
all’inizio il lavoro con le famiglie si presenta, quasi sempre, poco promettente perché al suo interno i ruoli sono chiaramente e rigidamente distribuiti;

• Timore di non essere in grado di gestire una seduta con più di una persona:

il counselor sa di non poter avere tutta la situazione sotto controllo ed è libero di non investire le energie per dimostrare la sua importanza o difendere la sua posizione, egli ha il grande potere di aprirsi agli altri, usando gli strumenti dell’interesse e dell’attenzione e la capacità di percepire comportamenti che vanno oltre alla storia piena di problemi che viene riportata in quel momento.

• Timore che una o più persone si arrabbino e che l’incontro temini in modo insoddisfacente:

che i clienti si arrabbino durante un incontro di counseling è frequente e normale. L’ira può far paura ma allo stesso tempo condurre a cambiamenti significativi; la rabbia può rendere più viva una relazione ma allo stesso tempo diventare una reazione abitudinaria. Il counselor in questo caso con la sua presenza è molto importante, perché fornisce ad essa un contesto, la puntualizza e porta il gruppo ad attribuirne un significato. Il counselor dialoga con la persona arrabbiata cosi come con il partner della persona o con i figli, li porta a riflettere ad interrogarsi e a cercare tutti insieme una risposta. Per il counselor l’ira e la rabbia sono elementi che portano all’ apprendimento e alla relazione.

• Timore di creare scompiglio e arrecare danno alle persone:

le famiglie quando decidono di rivolgersi ad un counselor sono già in stato di scompiglio. L’assenza di problemi renderebbe l’intervento di counseling vuoto e non ci sarebbe per il counselor nulla su cui focalizzarsi, quindi il suo intervento sarebbe innaturale e inopportuno.

• Timore di uno schieramento, reale o soltanto ipotizzato, a favore di uno o più componenti della famiglia contro altri:

il concetto della parzialità multidirezionale promuove l’alleanza tra counselor ed ogni componente della famiglia o della coppia. Il counselor è dalla parte di tutti. Ma i counselor sono anche persone oltre che professionisti ed essendo facile per natura umana lo schieramento, alcuni di loro scelgono di effettuare interventi a famiglie o coppie con l’affiancamento di un collega.

• Timore di essere sopraffatti dalla molteplicità degli elementi che emergono in una seduta con più persone:

questo timore è decisamente giustificato, un sovraccarico di informazioni costituisce la regola e non certo l’eccezione. Il counselor non può mai comprendere o gestire tutti i dati necessari per risolvere da solo i problemi della famiglia, il suo lavoro consiste nell’aiutare i componenti della famiglia affinché essi arrivino da soli a raccogliere gli elementi sufficienti per procedere in una direzione costruttiva.

Tutti questi timori ci portano a sottolineare come questo tipo di counseling sia particolarmente difficile in quanto richiede un notevole impegno soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione degli incontri.

Da un certo punto di vista il counseling relazionale è fondato sul tentativo di rispondere ai bisogni fondamentali che emergono dal vivere i rapporti. Chi possiede le maggior risorse è il cliente, mentre il miglior assistente è il counselor, dotato di fiducia e buona volontà, desiderio di conoscere e impegno.

Il counselor relazionale ritiene che la famiglia o un qualsiasi gruppo sociale sia un sistema vivente. Il counselor si sforza di avere un’ampia comprensione della vita della coppia e della famiglia, che vada oltre i singoli componenti. Il concetto è che il cambiamento in un singola parte influisce sull’intero sistema. Una prospettiva sistemica offre quindi l’opportunità di cercare altrove la soluzione.

Nell’approccio sistemico, quando le difficoltà che una famiglia sta attraversando vengono alla luce, si evitano giudizi di valore quali buono/cattivo o giusto/sbagliato ma il counselor cercherà di esplorare le dimensione di altri avvenimenti e di altre percezioni che li hanno condotti in questa difficile situazione. Non ci si focalizza su nessun “cliente designato”, all’interno di un sistema non vi è nessun capro espiatorio. Su questo concetto si fonda la fiducia che le persone siano flessibili e abbiano la capacità di recuperare e di evitare la patologizzazione.

Carl R. Rogers riteneva che molti problemi della vita familiare fossero il risultato di sentimenti non espressi che, esplodendo in determinate circostanze, sono “inappropriati alla situazione attuali e quindi appaiono assurdi”. Rogers sosteneva che la condivisione di tutti i sentimenti importanti, di quelli positivi così come di quelli negativi, avrebbe permesso alle persone non solo di conoscersi meglio, ma anche di essere libere del sovraccarico di emozioni inespresse che tendono a emergere come impeto nei momenti di crisi. In conclusione il counseling relazione è pieno di ostacoli e trabocchetti in quanto ci sono più persone con cui confrontarsi a volte, come nel caso della famiglia, anche di età completamente distanti e in quanto ad oggi non essendoci una vera e propria pratica e letteratura sul counseling relazionale è facile che si sfori in pratiche di intervento non appartenenti ad esso ma più idonee ad un intervento di psicoterapia familiare.

Ad ogni modo, pur non essendoci un vero modus operandi per quanto riguarda il counseling relazionale, la cosa che accomuna qualsiasi forma di counseling è il lavoro più profondo di ogni counselor. I clienti reagiscono negativamente se si sentono giudicati dal counselor, oppure si lasciano andare quando colgono accettazione. Il counselor che sia individuale o relazionale non ha le risposte ma trova le risposte nelle stesse idee dei clienti, è li che si trova la vera chiave per un cambiamento significativo ed è li che un bravo counselor trova il modo di facilitare la ricerca autonoma del proprio cliente

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